Quando si parla di influencer italiani impegnati nel settore della tecnologia e dei videogiochi, non si può non menzionare Antonio Fucito, meglio conosciuto col nome di “Tanzen“.

Antonio è un giornalista attivo in diversi settori, ma ciò per cui è maggiormente conosciuto è stato il suo ruolo di Senior Editor per Netaddiction (Multiplayer.it). Dal 2002, Antonio ha sviluppato la propria presenza online su diversi fronti (articoli, dirette video, podcast, blog e  social network) diventando un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati di videogiochi che iniziavano a spostarsi dalle riviste cartacee ai primi siti Web specializzati.

Da giornalista ad influencer. Essendo sempre sul pezzo e curando meticolosamente la sua presenza sui social network, il Tanzen rientra perfettamente nella definizione di influencer: grazie alla sua autorevolezza e la sua conoscenza del settore videoludico è in grado di influenzare le decisioni di acquisto dei suoi follower.

Incuriosito da questa evoluzione, ho deciso di fargli un paio di domande per approfondire il mondo dell’influencer marketing italiano in ambito videoludico e il suo futuro post-multiplayer.it. 

Intervista ad Antonio Fucito

Com’è essere un influencer nel settore videoludico italiano? Qual è la parte divertente e quale quella noiosa?
Ciao! Comincio subito affermando che la parola “influencer” mi fa sorridere e non mi piace particolarmente, soprattutto perché viene utilizzata in troppi contesti, magari da persone che si auto proclamano come tali. Chiaramente chi dispone di un discreto seguito riesce ad influenzare le persone nell’acquisto o perlomeno consigliarle, soprattutto quando si scovano chicche non così popolari. Da qui la responsabilità di essere sempre onesti con se stessi e dare un giudizio onesto: provare ad influenzare in campi non di propria competenza oppure facendo clamorose marchette, ha efficacia pari a zero, i “seguaci” più attenti lo noteranno subito. Per rispondere finalmente alla tua domanda, è fantastico potersi confrontare con qualcuno, è una sorta di motore che alimenta il proprio lavoro e aiuta a crescere nel corso del tempo, se non si è permalosi nello accettare le critiche. Una aspetto negativo non c’è, ma appunto si ha la responsabilità di quello che si dice e di essere giudicati per il proprio operato.

Sei molto attivo sui social, ma su quali canali operi principalmente? E qual è il tuo social preferito?
Ehehe sì, sono estremamente attivo: pensa ad un Social e probabilmente ci sarà un account che aggiorno regolarmente. Ricordo con affetto un’affermazione di Roberto Buffa di GameTime, qualche tempo fa, quando disse che i miei post aprivano sempre le danze sui Social a scadenza embargo o da qualche evento, poiché ero super reattivo nel rendere partecipe chi mi seguiva. Il mio Social preferito, ad ogni modo, rimane Twitter: semplice, immediato, si possono leggere e scrivere pensieri efficaci e concisi, nonostante il recente ampliamento a 280 caratteri.

Qual è stata la tua “scalata” verso le attività di influencer marketing? Quali saranno le tue prossime mosse?
Da tempo mi sono reso conto dell’importanza di gestire il proprio lavoro a 360 gradi, non soltanto costruendo contenuti di qualità secondo le proprie attitudini, ma anche curando la presenza online, la comunicazione e la maniera di veicolare le cose. La passione, ad ogni modo, rimane il driver principale, e quando viene esaltata riesce ad avere valenza sulle persone: l’esperienza porta a incanalarla su binari efficaci. Personalmente non mi vedrete mai fare una “marchetta” senza dichiararla e senza che mi piaccia il prodotto o il servizio in oggetto, mi troverei chiaramente a disagio.

Sei attivo su molti settori, dal food al gaming. A livello di influencer marketing in quale settore preferisci operare?
Sempre quelli dove vi è una passione all base, quindi videogiochi, cibo (soprattutto pizza e vino) e qualche sortita in ambito tecnologico e calcistico. Il tempo è – purtroppo! – limitato, quando stringe mi concentro sulle attività collegate al lavoro.

Quanto influisce o ha influito il tuo lavoro di giornalista nelle attività di influencer marketing?
Credo che le due cose siano andate di pari passo perché, da subito, ho impostato con alcuni colleghi la volontà di metterci la faccia e rispondere alle persone senza filtri, anche all’interno di una testata giornalistica. Scrivere di videogiochi e cibo mi ha permesso di percepire uno stipendio, la costante presenza online e la condivisione delle passioni di crearmi un piccolo seguito personale.

Quanto è importante il numero di follower per valutare un influencer? La ritieni anche tu una vanity metric?
Secondo me: zero, solo per farsi pippe a vicenda. Nel senso che una persona, se focalizzata, con 1000 follower può convincere a comprare un televisore da 2000 euro; viceversa averne tanti non è garanzia di successo, soprattutto se si spazia troppo o non si ha una strategia, magari naturalmente derivata dalla propria passione. Il problema è che molte aziende valutano solo i numeri e poi si sorprendono per il riscontro mediocre…ovviamente chi dispone di milioni di follower, anche per la sola legge dei grandi numeri, riesce ad avere un peso specifico importante, ma di contro ha un cachet altissimo. Sto parlando in linea generale, ci sono esempi virtuosi di persone bravissime con tanti follower, che rimangono “umili”.

Ci sono delle piattaforme o dei tool che utilizzi per trovare nuovi clienti come influencer? Oppure aspetti di essere contattato dalle aziende?
Solitamente aspetto di essere contattato, forse anche a causa dell’impostazione che ho avuto. Divento però estremamente proattivo quando conosco persone o realtà che meritano la mia attenzione: a quel punto divento un vulcano di idee e cerco di creare progetti. Il tempo è tiranno, però, talvolta le distrazioni e la voglia di fare troppo vanno frenate per non perdere efficacia.

Cosa ne pensi delle nuove direttive secondo le quali è necessario indicare i post sponsorizzati con un apposito hashtag (#advertising)?
L’hashtag non mi piace a livello estetico ma nemmeno concettuale, è tipo un fastidio da espletare in maniera decontestualizzata e poco appetibile. Bisogna assolutamente evidenziare quando si tratta di un contenuto sponsorizzato, sia chiaro, ma ci sono formule largamente più eleganti e oggi le pubblicità canonica risulta meno efficace: meglio dilettarsi in progetti editoriali di partnership o collaborazioni, sempre e solo nelle proprie corde e dopo aver approfondito il prodotto/argomento.

intervista tanzen fucito

Sincero… Hai mai sponsorizzato qualcosa che non avresti voluto promuovere?
Personalmente mai – ho sempre rifiutato – in un contesto lavorativo qualche volta è capitato: mi sono sentito “sporco” come se avessi infranto uno dei comandamenti. Ovvio che nessuno mi ha mai offerto chissà quale cifra per sponsorizzare qualcosa, al punto di meritare del tempo per trovare la quadra giusta 😉

Sleghiamoci un attimo dal mondo dell’influencer marketing. Sei fonte d’ispirazione per tanti giovani che vogliono tentare la strada del Web writing. Tuttavia, specialmente in Italia, i giovani redattori vengono sfruttati per lunghi periodi e con remunerazioni al limite dell’accettabile. Cosa consigli a coloro che vogliono farne un lavoro vero? È una strada ancora percorribile al giorno d’oggi nel nostro Paese?
La situazione è tragica. Nel mondo gaming la gente che “campa” scrivendo si conta sulle dita di due mani, ma in realtà anche la situazione generale non è proprio eccezionale, soprattutto per i giornalisti di professione. Questo non significa che non ci sia necessità di penne valide, solo che bisogna entrare nell’ottica – al di là di singole botte di culo o del mantra “una persona su mille ce la fa” – di fare gavetta, scrivere per passione, migliorarsi e generare contatti, togliendosi qualche soddisfazione. Poi capire se c’è trippa per gatti, se si può creare un progetto strutturato oppure un qualcosa che comprenda anche la scrittura sul web.

I social network crescono velocemente e, in un futuro non troppo lontano, l’utente sarà sempre più restio ad abbandonarli per seguire i link esterni al blog o al portale d’informazione di turno. Per quanto tempo pensi che possa sopravvivere l’editoria digitale così come la conosciamo ora (sito Web come fulcro e social network come “supporto”)? Prevedi grossi cambiamenti all’orizzonte?
È palese che i Social Network quali Facebook puntano al fatto che l’utente – profilato e monetizzabile – stia sempre più tempo confinato al loro interno. I rapporti di forza sono già cambiati rispetto a qualche anno fa, quello che però secondo me non cambia è l’autorevolezza che un sito web, una testata oppure un semplice blog possono restituire rispetto ad un Social. Innanzitutto ci si trova a casa propria invece di quella altrui, dove si può essere cacciati o messi a tacere in qualsiasi momento. Poi risulta troppo superficiale pubblicare una semplice foto o scrivere due righe; più complesso scrivere un testo, anche corto, di senso compiuto e di qualità, in grado di approfondire il proprio giudizio. Chiaramente i Social rappresentano la cassa di risonanza maggiore, il mezzo mediante il quale veicolare il proprio pensiero ed ottenere un riscontro immediato. Senza un sito, però, è come se si avesse una casa senza fondamenta: magari non crolla mai, magari sì.

Recentemente hai detto addio a Multiplayer.it. Inizi ad avvertire una certa stanchezza nei confronti del giornalismo videoludico? Oppure pensi di ritornare sul pezzo più in forma che mai?
Tengo a ribadire di aver lasciato Multiplayer.it per dinamiche puramente lavorative e editoriali: la mia passione e voglia di parlare di questo argomento è rimasta intatta. Una certa stanchezza per le dinamiche lavorative canoniche magari c’è, per questo quando tornerò a parlarne dovrò scegliere una formula fresca, magari strutturata o indipendente, in grado di soddisfarmi.

Da qualche anno, gli YouTuber hanno tolto un po’ di lavoro ai blogger e giornalisti, ma in alcuni casi si tratta di gente totalmente impreparata. Cosa ne pensi di questa situazione?
Dal mio punto di vista gli Youtuber non hanno tolto lavoro a blogger e giornalisti, al netto di qualche eccezione che fa solo bene al nostro mondo, come Michele Poggi aka Sabaku no Maiku. Gli Youtuber sono più orientati all’intrattenimento, ad una nuova TV sul web che affianca quella dei presentatori televisivi. Non perché siano degli incompetenti, ma per il tipo di prodotto che fanno e per il mezzo nel quale trasmettono. Carta canta, anche virtuale.

Intervista Antonio Fucito lascia Multiplayer

Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta Antonio che ha deciso di concedermi quest’intervista in tempi record (per un blog che, tra l’altro, non è di certo uno dei più seguiti d’Italia :P).

Sento di dover ringraziare Antonio una seconda volta. Anche se sicuramente non lo sa, è stato una grande fonte d’ispirazione quando ho intrapreso le mie attività di Web Writer nel settore videoludico e tecnologico. Se da giovanissimo non avessi seguito le sue dirette o non avessi letto decine dei suoi articoli, probabilmente non avrei fatto nemmeno metà delle bellissime esperienze che ho avuto modo di fare in questi anni.

Che dire Antonio… un enorme in bocca al lupo per le tue prossime avventure, spero vivamente di rivederti presto in azione col tuo prossimo progetto.

Se volete seguire più da vicino Antonio Fucito, fate un salto sul suo blog iltanzen.it!